Torre Guaceto, il paradiso dei pescatori minacciato dal clima che cambia

Torre Guaceto, il paradiso dei pescatori minacciato dal clima che cambia

L ‘area marina protetta di Torre Guaceto, uno degli esempi rari e virtuosi di come una piccola comunità di pescatori artigianali, sostenuti da Slow food e WWF hanno realizzato un modello di comportamento che oltre che premiarli nella loro attività, rappresenta un riferimento per coloro che sostengono la pesca artigianale in opposizione a quella industriale e distruttiva.

Sono Marcello Longo, presidente della Cooperativa Emma (nata come una comunità del cibo di Terra Madre e oggi all’opera nell’area) di Torre Guaceto (Puglia), Consigliere Nazionale della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus e di Slow Food Italia, più volte fiduciario della Condotta Slow Food locale.

Torre Guaceto è un’area marina protetta di 2200 ettari, in cui diverse realtà lavorano in collaborazione tra loro: Slow Food, i pescatori e il Consorzio di Torre Guaceto, costituito dai comuni di Carovigno, Brindisi e dal Wwf Italia. Non è stato facile raggiungere questo risultato, per niente. Ma il tempo ci ha dato ragione.

 
L’area è divisa in tre zone, una riserva integrale dove sono autorizzate solo ricerca scientifica e visite guidate, un’area dove è possibile la balneazione e visite guidate e la zona dove sono autorizzate attività professionali come la pesca artigianale. E proprio per gestire la pesca è stato redatto un protocollo condiviso con il Consorzio, i ricercatori, da Slow Food – con la Condotta Slow Food Alto Salento di cui io ero fiduciario – e concordato con i pescatori.

Come primo passo siamo stati costretti a richiedere un fermo pesca di cinque anni: dovevamo favorire la rigenerazione della popolazione ittiche, una decisione che non ha certo riscontrato un immediato successo tra i pescatori. Eppure oggi nessuno vuole tornare indietro. Insomma, per fortuna i 5 anni sono passati e abbiamo dato avvio all’attività di pesca sperimentale che ha dato vita a un protocollo condiviso: un’uscita a settimana e l’utilizzo di reti a posta fissa di tipo tramaglio a maglia larga, per un massimo di 1000 metri. Pensate che i pescherecci stendono le reti anche fino a 40mila metri.

Una curiosità: la rete utilizzata è da 33 millimetri, per farvi un’idea, l’Ue obbliga a un minimo di 22 millimetri. Quando l’Europa impose le maglie più larghe ci fu un grande sciopero, mentre i nostri pescatori se la risero sotto i baffi: «noi siamo a 33». Un’altra cosa bella dei nostri pescatori è che tutte le mattine aspettano il ricercatore con gli operatori per misurare i pesci, un’attività di monitoraggio che ci permette di modificare l’attività di pesca se necessario.

Il risultato di tutto questo lavoro? La prima pescata dopo il fermo fu epica, uno dei pescatori pianse perché non vedeva tanti pesci nelle reti da quando era bambino. In quel momento siamo riusciti a sviluppare la popolazione ittica del 400%: uscire una volta in riserva equivaleva ad andare 4 volte in mare aperto. Oggi la situazione si è assestata da due a tre volte.

 
L’area A della riserva è anche un vero e proprio vivaio: le uova sono trasportate dalle correnti lungo il litorale adriatico e ionico. Insomma garantiamo pescato a tutta la regione. Altro aspetto che ci rende fieri è il lungo ciclo vitale dei pesci che vivono nella riserva: sono stati pescati esemplari di triglia di 10 anni e saraghi di più di 30… Per la pesca del muggine abbiamo deciso di aspettare ottobre, una volta deposte le uova. In questo modo garantiamo il rinnovo della popolazione e una taglia di pescato che gli chef della zona si contendono, con un buon risultato economico anche per i pescatori.

Sempre per garantire la sostenibilità economica, abbiamo formato i pescatori che sono diventati educatori ambientali e lavorano sia nelle scuole, sia all’interno dell’area protetta. La cosa importante è che Torre Guaceto è diventata un’officina di biodiversità e sostenibilità: collabora con l’Università di Scienze Gastronomiche, e a stretto contatto con Slow che nell’area porta avanti numerosi progetti.

Tra questi la nascita dell’olio biologico della riserva, l’Oro del Parco: tutti i contadini che lavoravano in intensiva e raccoglievano le olive a terra ora, grazie all’aiuto di Slow Food, hanno riconvertito le produzioni in biologico.

La riserva poi vanta ben due Presìdi Slow Food: il primo Presidio dedicato alla pesca artigianale e il pomodoro fiaschetto di Torre Guaceto, un progetto che funziona e produce reddito. Cerchiamo di inserire nuovi produttori ogni anno, quest’anno abbiamo coinvolto un ragazzo di trent’anni che faceva il cuoco e che ha voluto diventare contadino. Ora circa il 40% degli ettari coltivabili sono bio.

 
Il clima che cambia? Anche noi lo patiamo: ci siamo ritrovati a fronteggiare una invasione di pesce serra che sono arrivati a misurare anche 50/70 cm (mentre in Turchia si battaglia per ottenere aumentare la taglia minima del sul lüfer, appunto il pesce serra, oggi ferma a 14 cm). Sono grandi predatori, possono mettere a rischio gli equilibri della riserva. Dobbiamo pescarli… e abbiamo già in mente come trasformare questa crisi in opportunità.

L’esperienza di Torre Guaceto sarà replicata anche in altre tre aree pugliesi: sul litorale di Manduria, Ugetto e area Porto Cesario.

Fonte: slowfood.it

Marcello Longo
Responsabile della comunità del cibo di Terra Madre di Torre Guaceto
Puglia, Italia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *